L’archeologia entra con prepotenza
anche nella politica pontificia con la nascita di istituzioni dedicate
allo studio e alla tutela delle antichità. Clemente XI Albani,
affiancato dal grande archeologo Francesco Bianchini, amplia e rinnova
la collezione vaticana con reperti di chiara finalità documentaria:
iscrizioni, rilievi, busti di personaggi illustri utili a testimoniare
una continuità fra storia antica e tradizione cristiana. Con
Clemente XII Corsini nel 1734 si giunge alla creazione del primo museo
pubblico di antichità, il Capitolino, con lo scopo di preservare
la città dalla sistematica dispersione di reperti di fondamentale
importanza. E’ all’archeologo fiorentino Gregorio Capponi
che viene affidata la direzione del museo. L’accrescimento del
Museo Capitolino continuerà con Benedetto XIV grazie a continui
scavi e rinvenimenti di sculture di altissima qualità.
Mosaico dall'Aventino con scene circensi
Il mosaico raffigura, a sinistra, la lotta
tra un elefante e un toro e, a destra, un leone al guinzaglio di un
personaggio a cavallo di un dromedario. Si tratta di una scena di
venatio, cioè una caccia di fiere esotiche, spettacolo che
a Roma costituiva una delle maggiori attrazioni del circo. Il pannello
faceva parte di un pavimento in mosaico policromo rinvenuto nel 1711
sull’Aventino, nei giardini della basilica di S. Sabina. Degli
altri pannelli recuperati, tre presentano scene simili, uno rappresenta
una scena di danza e un’altra un fregio vegetale. L’archeologo
Francesco Bianchini riteneva che le scene rappresentassero i ludi
saeculares del 248 d.C., le solenni festività organizzate da
Filippo l’Arabo per celebrare il millennio della fondazione
di Roma. All’epoca della scoperta venne formulata però
anche un’altra interpretazione, che legava questi mosaici al
tempio di Diana sull’Aventino e dunque – pur continuando
a interpretarli come raffigurazione dei ludi saeculares – li
considerava pagani.
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Pier
Leone Ghezzi
Il Congresso
di antiquari
Il disegno raffigura una riunione di dotti
antiquari convenuti alla presenza del barone Philip von Stosch per
discutere di alcune monete antiche; defilato ma attento osservatore
è lo stesso Ghezzi, seduto al tavolo, pronto a redigere il
verbale della riunione o forse ad immortalarne i partecipanti, anche
se probabilmente la scena non è stata disegnata dal vero. Nella
scritta in alto a sinistra Ghezzi ne elenca i nomi, ricordando anche
con malizia come questi buoni eruditi mercanteggino volentieri fino
a «gabbarsi l’uno con l’altro…» e mettendo
così alla berlina la dimensione commerciale indissolubilmente
legata, nel XVIII secolo, a quella antiquariale. E del resto nella
Roma settecentesca, divenuta un vero e proprio mercato di antichità
tanto da giustificare i primi allarmati provvedimenti di tutela, era
impossibile scindere nettamente erudizione antiquariale da spregiudicato
senso affaristico, alimentato da un collezionismo internazionale tanto
avido quanto sprovveduto da accontentarsi di falsi e contraffazioni.